Nonostante larrivo della Pathfinder, per sapere se
su Marte esiste o sia esistita un tempo qualche forma di vita occorrerà aspettare forse
fino al 2005, quando uno dei prossimi veicoli si poserà sul Pianeta Rosso, preleverà dei
campioni e li porterà sulla Terra. Il compito del Sojourner, definito dagli stessi
progettisti della NASA "una sorta di forno a microonde con le ruote", era
infatti solo di esaminare il maggior numero di rocce per consentire unaccurata
indagine geologica del pianeta, mentre la ricerca di prove di vita su Marte non rientrava
nei compiti del robot. Daltronte Pathfinder vuol dire "apripista" o
"segnalatore di bersagli" (così si chiamavano gli aerei Usa che durante la
seconda guerra mondiale gettavano bengala sugli obbiettivi per segnalare di notte la
posizione alle ondate di bombardieri che li seguivano a breve distanza). Anche la Mars
Global Surveyor, il cui arrivo è avvenuto l11 settembre, pur essendo stata lanciata
27 giorni prima della Pathfinder, è destinata a rilevazioni geologiche e atmosferiche.
Nel viaggio verso Marte, il 14 marzo Pathfinder aveva "sorpassato" Mars Global
Surveyor, laltra sonda che la NASA ha lanciato il 7 novembre 96. Arrivata nei
pressi di Marte, Surveyor ha rallentato con un sistema di aerofreni (già sperimentato con
larrivo della sonda Magellan su Venere), ed è entrata in orbita attorno al pianeta
a 400 chilometri di quota. Proprio alla vigilia dellatterraggio della Pathfinder su
Marte, si è comunque di nuovo rinfocolato il dibattito aperto lo scorso anno dopo la
scoperta di possibili forme primitive di vita le cui tracce fossili sarebbero presenti su
un meteorite (ALH84001) di origine marziana rinvenuto ad Allan Hills, in Antartide. Una
ipotesi che la NASA si è ben guardata di controbattere, ed anzi ha addirittura
amplificato allo scopo di ottenere una maggiore attenzione dellopinione pubblica
americana e maggiori fondi dal congresso. Allinizio di luglio, ricercatori scozzesi
hanno annunciato nuove prove della esistenza di forme primitive di vita su Marte, il
pianeta che per condizioni climatiche più si avvicina alla Terra. Keith Ingham, per un
corso di geologia applicata a Glasgow, si è servito di immagini ottenute via computer
dalla NASA, lente spaziale americano. Con laiuto di colleghi è arrivato alla
conclusione che su Marte e sulla Terra la vita potrebbe essere stata "seminata"
circa quattro miliardi di anni fa, da una cometa che trasportava un tipo di microbatterio
chiamato stromatelite. Gli scozzesi hanno analizzato immagini migliorate al computer
riprese 20 anni prima dalla sonda Viking 1. Una fotografia presentava una conformazione
particolare del terreno, rocce bianche disposte a forma di zampa dorso con un
diametro di 96 chilometri, simili a un paesaggio terrestre. In passato doveva essere stato
un lago, ora invece un cratere vuoto. Sul fondo del cratere marziano gli scozzesi hanno
scoperto sedimentazioni stratificate, più di una massa rocciosa a forma di cupola con i
bordi sgretolati ed erosi in una maniera che ricorda molto alcune conformazioni calcaree
in Inghilterra. "Ciò sembra suggerire che sia presente un certo tipo di calcare
fatto di idromagnetite - ha spiegato Ingham - Si tratta dello stesso tipo di sostanza che
si trova nel lago Salda in Turchia. Un qualcosa che i geologi trovano molto spesso. Questi
strati si sono formati con laiuto di batteri di stromatelite, che attraverso un
processo di fotosintesi trasformano i sedimenti che rimangono intrappolati e li usano per
formare nuovi strati". "Vedere rocce di questo tipo su Marte suggerisce
lipotesi che forse qualcosa di simile possa essere accaduto anche là, più o meno
nello stesso tempo in cui stava accadendo sulla Terra e che la vita possa manifestarsi
ovunque ci siano le condizioni adatte - afferma Ingham - Le implicazioni di questa
scoperta sono che la vita non può esistere unicamente sulla Terra. Ciò può provocare
qualche reazione della Chiesa, ma dimostra che la probabilità di trovare vita in altre
parti dellUniverso è molto alta". Il fatto che Pathfinder e Surveyor non
possono rivelare tracce di vita, nulla toglie allimportanza scientifica delle due
missioni, le prime di circa 20 previste per il prossimo decennio da parte americana,
europea, russa e giapponese con lanci ogni 26 mesi fino al 2005, ogni volta che si
verificherà lallineamento favorevole dei pianeti. Questi veicoli della Nasa
rappresentano una nuova generazione di sonde interplanetarie di massa ridotta, con
strumentazioni per scopi limitati, realizzate e lanciate nellarco di due o tre anni
e, soprattutto di costo relativamente basso. E il cosiddetto programma
"Discovery", varato per far fronte a stanziamenti sempre più limitati. Le sonde
che fino ad oggi hanno studiato comete, asteroidi, satelliti e tutti i pianeti tranne
Plutone avevano decine di strumenti, costavano miliardi di dollari e richiedevano
lanciatori adatti alla loro notevole massa. Sonde come Voyager o Galileo hanno fornito una
grande quantità di dati, ma avevano ancora inconvenienti: per lalto costo erano
soggette a tagli di stanziamenti, la complessa missione e la sofisticata strumentazione ha
richiesto messe a punto anche di 6-7 anni. Fra lideazione della missione e
larrivo dei risultati (compreso il lungo viaggio) potevano trascorrere oltre 15
anni. Pathfinder e Surveyor sono costate rispettivamente 245 e 230 milioni di dollari,
contro i 930 milioni (3 miliardi di dollari di oggi) delle Viking 1 e 2 che negli anni
70 esplorarono Marte. Anche la Mars Observer, che il 21 agosto 1993 sparì nello
spazio allimprovviso mentre giungeva a destinazione, era costata un miliardo di
dollari. Come paragone, il bilancio annuale della Nasa è di 13 miliardi. Le Viking e le
Voyager erano inoltre sovraccariche di apparecchiature: le Voyager avevano 11 strumenti
per radioastronomia, fisica delle particelle, ricognizione della superficie; le missioni
Discovery avranno 3-4 strumenti e in alcuni casi uno solo. La relativa semplicità di
queste sonde dovrebbe quindi consentire una migliore affidabilità. "Le sonde delle
successive missioni - aggiunge la planetologa Angioletta Corradini del Cnr - potranno
avere strumenti in grado di rintracciare eventuali forme di vita. Dovrebbero allora
esplorare zone paleolacustri, dove forse in passato si estendeva un oceano marziano
primordiale, di acqua liquida, prima che il clima sul pianeta mutasse". Gli
scienziati sono certi, infatti, che come la Terra, anche Marte abbia registrato nella sua
evoluzione periodi di glaciazioni intervallati da ere di clima più mite.
"Paragonando questi cicli terrestri a quelli marziani - spiega Angioletta Corradini -
oggi il Pianeta Rosso dovrebbe trovarsi in una fase di glaciazione". In passato,
nelle fasi di clima più mite e con lintensa attività vulcanica di cui oggi restano
soltanto i coni spenti, le condizioni dovevano essere più adatte alla vita di quanto
siano ora. Ma una eventuale vita primordiale milioni o miliardi di anni fa su Marte
potrebbe anche non essere estinta, osserva lastronoma Margherita Hack, visto che per
esempio sulla terra esistono batteri in grado di resistere alle condizioni ambientali più
proibitive, come sul fondo degli oceani. Le sonde che nei prossimi anni esploreranno Marte
potrebbero così trovare non soltanto fossili di batteri, ma anche batteri vivi,
sopravvissuti in qualche nicchia ecologica agli sconvolgimenti climatici e ambientali del
Pianeta Rosso. Scopo principale delle future missioni del programma internazionale
"Global Marsnet" per lesplorazione del Pianeta Rosso sarà quindi la
ricerca di acqua e forme di vita (anche soltanto fossile) sul pianeta che da sempre
affascina lumanità. La conferma aprirebbe una finestra di osservazione sul primo
miliardo di anni del Sistema Solare e sullorigine della vita, sulla Terra come su
Marte. Anche se, per il momento - come sostiene il capo del programma Nasa per la ricerca
di forme di vita extraterrestre, Michael Meyer - "sembra che, invece che fatta di
omini verdi con le antenne, la vita su Marte debba essere immaginata come il segno di
sporco che resta nella vasca dopo un bagno caldo".
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