Nel 1971 la sonda spaziale automatica Mariner 9 della NASA
diventò il primo satellite artificiale
messo in orbita
attorno a Marte e, da quella posizione privilegiata, cominciò a trasmettere fotografie
ravvicinate. Le prime non mostrarono quasi nulla, perché su tutto il pianeta imperversava
una delle consuete tempeste di polvere. Ma quando le nubi si furono diradate, comparvero
per la prima volta i dettagli della superficie di Marte, con una ricchezza di particolari
maggiore rispetto alle immagini trasmesse sei anni prima da Mariner 4. Marte cominciò a
rivelare il suo volto di pianeta freddo e arido, ma ricco di formazioni geologiche che
lasciano intuire un passato molto vario e attivo. Le successive esplorazioni automatiche
hanno confermato un'evoluzione geologica non dissimile da quella che ha caratterizzato la
storia della Terra, anche se con esiti diversi. Su Marte, come su altri corpi solidi del
sistema solare, Terra compresa, è possibile distinguere una netta differenziazione
morfologica fra i due emisferi. L'emisfero sud, che è il più vecchio, mostra una
struttura simile alle terre lunari, con elevati altipiani, un'alta
densità di crateri, e alcuni grandi bacini da impatto come Hellas
Planitia (2000 km di diametro) e Argyre Planitia (1000 km) che sono i maggiori in
assoluto di tutto il pianeta. Si ritiene che le terre dell'emisfero sud siano coeve a
quelle della Luna e che risalgano al periodo (4 miliardi di anni fa) in cui i pianeti
subirono un grande bombardamento di meteoriti. Nell'emisfero nord, la superficie è stata
ricoperta da effusioni laviche relativamente recenti (alcune centinaia di milioni di
anni), per cui appare più liscia e pianeggiante, con una densità di crateri cinque volte
inferiore a quella delle terre dell'emisfero sud.
Qui si trovano le più estese
pianure come Arcadia Planitia, Vastitas Borealis, Acidalya Planitia. Sempre nell'emisfero
nord sono state localizzate strutture che indicano una intensa attività geologica, se non
ancora in atto, di certo recente da un punto di vista geologico. Si tratta di immensi
vulcani somiglianti a quelli che esistono sulla Terra. Le maggiori strutture vulcaniche
hanno una forma simile ai cosiddetti vulcani-scudo della Terra (come il Mauna Loa nelle
Hawaii, che è il più grande vulcano del nostro pianeta), responsabili delle cosiddette
eruzioni hawaiiane, ma sono molto più sviluppate. Il più grande è stato battezzato
Olympus Mons, si estende su un diametro di 700 km e si eleva per 27 km sulle pianure
circostanti (ben tre volte e mezza più alto dell'Everest). La sua sommità non è
caratterizzata da un'unica bocca, ma da una molteplicità di grandi caldere. Finora, nel
sistema solare non sono stati visti vulcani più grandi, quindi l'Olympus Mons potrebbe
avere il record. Quanto al suo stato di attività, anche se non è in corso alcun processo
effusivo, i geologi ritengono che possa essere attivo. A est di Olympus c'è la regione di
Tharsis con tre vulcani-scudo denominati Arsia, Pavonis e Ascraeus (fig. 12). Nella fascia
equatoriale sono state localizzate imponenti strutture chiamate canyon, in analogia con le
famose formazioni terrestri che caratterizzano il deserto dell'Arizona. Il canyon più
spettacolare prende il nome di Valles Marineris e si sviluppa parallelamente all'equatore
a circa 10° di latitudine sud. Si estende per una lunghezza di oltre 4000 km (un quinto
della circonferenza planetaria), formando un sistema di valli profonde, di larghezza
variabile fino a qualche centinaio di chilometri. I canyon sono stati originati
probabilmente da movimenti tettonici, cioè da dislocamento di terreni lungo un sistema di
fratture della crosta marziana. Ma è stato ipotizzato anche un modellamento successivo
dovuto all'azione di acque sotterranee. Inoltre, pure se non imponenti nelle dimensioni,
vi sono formazioni che ricordano letti fluviali ormai prosciugati. Sono stati chiamati
canali, e bisogna subito precisare che non coincidono con quelli visti da Schiaparelli e
altri. Essi sono rilevanti per quello che possono raccontare della storia evolutiva del
pianeta. Rappresentano, infatti,
prove che l'acqua era abbondante e circolava sulla
superficie di Marte, scavando corsi d'acqua paragonabili al Rio delle Amazzoni. Anche la
superficie di Marte è ricoperta, come la Luna, da uno strato di polvere di spessore
variabile, prodotto da processi erosivi e trasportato da una regione all'altra del pianeta
dai violenti uragani che spesso si scatenano su Marte. In alcune zone questa sabbia forma
delle dune del tutto simili a quelle che esistono nei nostri deserti. Alla metà degli
anni Settanta, dopo le esplorazioni ravvicinate delle sonde Mariner, da un lato erano
tramontate le aspettative di quanti avevano considerato Marte un pianeta simile alla
Terra, capace di accogliere vita a livello evoluto; dall'altro era apparso evidente che
non si poteva nemmeno considerarlo un mondo inerte come la Luna. Erano state raccolte le
prove dell'esistenza di acqua congelata nelle calotte polari e forse in altre regioni
fredde ricche di permafrost. C'erano numerose prove di una remota ma intensa attività di
tipo fluviale. Negli ambienti scientifici, ci si chiese se Marte non avesse conosciuto
un'evoluzione chimico-biologica simile a quella che sulla Terra ha portato all'Origine
della vita, e se di questa eventuale evoluzione, forse bruscamente interrotta, non
sopravvivessero tracce di vita elementare. Nel tentativo di sciogliere questi dubbi gli
americani si affrettarono a preparare un'altra missione, affidata a due sonde gemelle di
nome Viking.