Mars Pathfinder e il suo robottino Sojourner hanno segnato una
linea di demarcazione nellesplorazione interplanetaria: dora in poi si
parlerà del prima e dopo Pathfinder. La straordinaria missione che ha superato da un
punto di vista ingegneristico e scientifico ogni più azzardata aspettativa, nasceva come
banco di prova del nuovo modo di concepire la ricognizione automatica dei pianeti. Alla
base di tutto cè una nuova filosofia impostata dallamministratore della Nasa,
Daniel Golding, che chiede programmi più piccoli, meno costosi e più rapidi
nellesecuzione allo scopo di realizzare con meno fondi un maggior numero di
spedizioni allargando di conseguenza la platea degli scienziati coinvolti. Grazie ai
laboratori pubblici e ai centri di ricerca industriali che hanno prodotto un balzo
tecnologico gigantesco, costruire sonde più piccole non voleva dire però ridurre le
ambizioni di studio e limitare le possibilità, come qualcuno in Europa interpretò
criticando subito le scelte americane. Al contrario significava realizzare robot cosmici
molto più evoluti rispetto al passato e allo stesso tempo miniaturizzati e meno costosi
sotto tutti gli aspetti. A partire dal costo di lancio. Prima, per
mandare su Marte una sonda che conducesse un lavoro decente e quindi dotata di un certo
peso, bisognava utilizzare il potente razzo Titan del costo intorno a 350 milioni di
dollari. Pathfinder, che è minuscolo e leggero, è partito con un piccolo ed economico
razzo Delta del costo di poche decine di milioni di dollari. Il salto è avvenuto grazie
allo sviluppo tecnologico, soprattutto nellelettronica, nelle possibilità di
elaborazione e nel mondo dei sensori dai quali dipendono le capacità di corretta
valutazione delle nuove sonde e quindi dalle conseguenti azioni. Mars Pathfinder doveva
dimostrare che la nuova strada intrapresa era giusta e lo ha saputo fare in modo
eccellente